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Ricordo della Milano-Taranto – Di Franco Presicci

Una volta, quando ero giovincello (appena diciotto anni), amavo anch’io frequentare quella splendida “promenade”, che è il lungomare di Taranto. Vi si respirava l’aria del mare e quando il sole diventava una fornace, trovavo riparo all’ombra di una palma. Si faceva la ronda tra il palazzo del governo e il grattacielo che sembra voler dominare il paesaggio. Come in tutti i luoghi dello “struscio”, a Taranto via D’Aquino, che lo era e forse lo è ancora per eccellenza; a Martina Franca lo stradone e il ringo, in fondo al quale si aprono le sedi delle società operaia e artigiani, anche il lungomare favoriva gli amori e gli incontri con amici che magari non si vedevano da tanto tempo. La sera, sulla rotonda, quando sul mare si specchiava la luna e pareva che migliaia di stelle danzassero sulla superficie, qualche coppia affacciata alla ringhiera si scambiava un bacio casto, o quasi. Dandosi un appuntamento, ci si chiedeva: “A via D’Aquino o a lungomare?”, caro anche a Raffaele Carrieri, il poeta e critico d’arte che era ancora un ragazzino quando emigrò a Milano.

A lungomare andava in scena un grande manifestazione: decine di motori rombanti, quelle delle moto che partecipavano alla Milano-Taranto. Il giorno del loro arrivo non si sapeva l’orario, e c’era chi si presentava tre ore prima per paura di perdersi lo spettacolo. Poi a poco a poco gli spettatori s’infoltivano, si facevano siepe, e la siepe fluttuava. Molti si sporgevano dal marciapiede e guardavano verso l’oratorio dei salesiani per vedere apparire la prima sagoma a due ruote, elegante, veloce quasi come il vento; e, se appariva, era quella di un buontempone che voleva far credere che l’evento stesse per compiersi, o semplicemente era uno che andava per i fatti suoi. La delusione era evidente. E continuava l’attesa, durante la quale alcuni tracciavano la storia della Milano-Taranto, qualche altro contestava una data; qualche altro ancora domandava al solito saputo che cosa si dovesse fare per parteciparvi, visto che lui con la moto ci sapeva fare.

“Ecco, ecco, il primo, lo vedo, è all’altezza della clinica Bernardini, applaudite, applaudite forte!…”. L’urlatore aveva preso un abbaglio. Un tale, copia perfetta dello Smilzo di Guareschi, scese dal marciapiedi, si mise al centro della strada, e con la destra aperta sulla fronte, come un marinaio sulla tolda del veliero per avvistare la terra, con sussiego annunciò che l’orizzonte era sgombro. “Abbiate pazienza – esclamò una donna fresca di parrucchiere, dimensioni di Tina Pica in ‘Pane, amore e fantasia’. Sarà il tubo di scappamento ad annunciare la prima freccia”.  Lo ricordo, l’effetto che la Milano-Taranto faceva fra i tarantini. Lo storico, un po’ per placare l’ansia, un po’ per l’abitudine di saltare in cattedra, ricordava che la prima edizione della corsa avvenne a mezzanotte del ’37 e che il percorso era di oltre mille chilometri. “Ne deve avere di passione e di abilità e coraggio chi affronta un’avventura come questa!”, diceva un’altra signora non bella, non signorile come la prima, ma gentile e sorridente, trepidante a sua volta”. ”Avventura indimenticabile”, gli fece eco chi le stava a fianco. “Vorrei esserci anch’io, immaginandomi l’autodromo di Monza. La sola idea mi esalta”.

C’era ammirazione, fervore, gioia per la Milano-Taranto. Moltissimi, come mi disse in seguito Pasquale Scardillo – eminente giornalista sportivo del quotidiano della bimare, “Il Corriere del Giorno” – che aveva fatto una specie di ricerca pur occupandosi prevalentemente di calcio, l’aspettavano già un mese prima, questo giorno, come lo sposo prossimo alle nozze. E aggiunse che il propulsore della corsa era stato proprio un nostro concittadino. Poi un sussulto. Un signore alto con la scritta a mano “Milano-Taranto” sul cocuzzolo del cappello di paglia, esultò: “Le vedo, le vedo, arrivano, arriva la ‘Milano-Taranto’, evviva!”. Pochi minuti e la prima motocicletta, lodevole esemplare d’arte meccanica, sfrecciò davanti a noi, poi la seconda, la terza, la quarta…, accolte dai battimano del pubblico irrefrenabile, che il servizio d’ordine faceva fatica a tenere ai margini della strada e accalappiava l’irresponsabile che tentava di spingersi più avanti con l’intenzione, non dico di toccare il pilota, ma di salutarlo più da vicino.

Il sole cuoceva, ma la folla non diradava; semmai si spostava verso il traguardo, formicolando davanti al Palazzo del Governo. “Sono affaticati, poverini. Hanno attraversato gran parte dell’Italia. Sono locomotive viventi”.  L’iperbole galoppava, come spesso accade nello sport. Nel calcio il tiro che sfonda la rete è una cannonata. I “fans” godono, vanno in visibilio, come per Valentino Rossi, che nelle curve quasi tocca terra con il ginocchio.

Trascorsero gli anni, io mi trasferii a Milano, fui reclutato prima dal quotidiano “L’Italia”, organo della Cei, in piazza Duca d’Aosta, quindi dal “Giorno”, il giornale dell’Eni, in via Angelo Fava. Un mio caro amico ormai scomparso, Mimmo Vacca, carabiniere in pensione che viveva nei pressi di Bologna, veterano della Milano-Taranto, più di una ventina di anni fa mi telefonò per dirmi che se gradivo mi faceva prendere parte alla gara portandomi sul sellino posteriore della sua moto bella come un gioiello. La proposta mi dette un fremito di gioia, gli risposi incerto: “Vedremo”, a causa del lavoro che incombeva. C’era tempo per pensarci. Mi sarebbe piaciuto, eccome, far parte di quella flotta. La moto è libertà, brio, spacca l’aria, ti fa sentire un campione. Più rompe i timpani, più sei la saetta che attraversa il cielo durante il temporale.

Mario Sironi, Luigi Sassu, Fortunato Depero… hanno dipinto ciascuno a suo modo i ciclisti e mi sarebbe piaciuto vedere su una tela un centauro. Da ragazzo pilotai una piccola motocicletta prestatami da un amico, caddi e chiusi per sempre l’argomento. Mi attiravano la Vespa e la Lambretta, ma mi limitavo ad ammirare la loro linea estetica, geniale. Le vedevo passare montate da giovani innamorati: lui al manubrio, lei dietro con le braccia attaccate al torace del suo tesoro.

L’occasione per ripescare nella memoria quelle lontane giornate esaltanti me l’ha fornita nel pomeriggio di sabato 13 luglio Francesco Lenoci, che insegna all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, e va in giro per il Paese a tenere conferenze sull’operosità dei nostri artigiani, che in alcuni casi sono veri e propri   artisti. “Devi andare su facebook, oggi è arrivata la Milano-Taranto nella tua città. Non hai visto la televisione?”. Ci sono andato, su facebook, ho visto le foto, ho chiesto informazioni all’ufficio stampa, che in poche ore, come promesso da Filippo, che di quell’ufficio fa parte, mi ha mandato un comunicato esauriente. “Dopo sei giorni e circa 1.900 chilometri anche la Milano-Taranto 2019 è arrivata al traguardo. La partenza dell’ultima tappa di oggi è stata ‘comoda’: alle 9 da Bari, un po’ di riposo in più ci voleva dopo le levatacce dei giorni scorsi. Il percorso è stato scandito dalle soste classiche dell’ultima giornata e da un velo di malinconia per la consapevolezza che un’altra bellissima esperienza stava volgendo al termine, Allo stesso tempo c’era però anche l’entusiasmo di arrivare allo storico traguardo di Taranto, già attraversato ben 32 volte dalle moto d’epoca della Milano-Taranto”.

La prima sosta, Castellana Grotte, un tempo semplicemente Castellana, che non faceva però onore a quelle meraviglie fiabesche sedimentate nel suo sottosuolo. In questa città, vincitrice del “Miglior ristoro delle ultime due edizioni”, l’accoglienza è stata magnifica, con un “buffet” eccellente fatto di gusti e profumi locali. Da qui a Martina Franca il passo è breve e i piloti hanno divorato l’itinerario in pochi minuti e all’arrivo sono stati accolti da Angelo Conserva, che “a nome del ‘Veteran’ Club Valle d’itria ha premiato gli iscritti in gara quest’anno e l’organizzazione”. Momenti commoventi quando il padre di Angelo, Giuseppe, ha ricordato la vecchia amicizia con il patron della gara Franco Sabatini. Da Martina e dalla Valle d’Itria, che tanti anni fa venne definita benedetta da Alessandro Caroli, autore raffinato di diversi libri, a Ostuni, che ha il vanto di sedere su tre colline.

Nella città bianca, tra ulivi saraceni i cui tronchi sembrano sculture, colonne barocche o uomini genuflessi, la “troupe” è stata ricevuta dal presidente del Vespa Club locale, Giovanni Totero, e dal sindaco Guglielmo Cavallo, mentre ragazze in costumi tipici si esibivano in uno spettacolo con i tamburelli. Intanto nei piatti del “buffet” fumavano le polpette e le mozzarelle diffondevano il profumo del latte, tra friselle con olio, pomodoro e sale. Poi, Villa Castelli, con il suo bel Palazzo Ducale. Infine in viale Virgilio, a Taranto, la città dai tramonti tizianeschi, dove il canale navigabile unisce in matrimonio due mari, il Piccolo e il Grande, e il ponte di ferro si apre per lasciar passare le navi con l’albero di trinchetto alto quanto una torre. Taranto è il traguardo storico di questa lunga cavalcata, che ogni volta suscita grandi emozioni e profonda nostalgia.

Franco Presicci

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